Elizabeth: Solo menzogne

20 Gennaio 2017 Nessun commento

Bikal percepì la voce di Elizabeth/Evelina ammutinarsi a quella ricostruzione sofisticata.

«Non gli credere, Bikal! Tu mi conosci! Sai che io non sono quella degenerata che ha detto! Ha totalmente stravolto le cose! Devi stare attento al serpente della Genesi che con la sua lingua biforcuta vorrebbe farti ribellare contro me: vorrebbe strapparci il nostro amore conquistato con tanto impegno! Non ti fidare di lui, Bikal! Io ti amo, e sono l’unica che lo abbia mai fatto! Quindi credi a me, e non a lui!»

Bikal emanò il proprio responso inappellabile.

«Non le credo, sergente! Lei mente!»

Spencer fu molto sorpreso di trovarlo così fermo a gridargli quelle parole. Tutto si sarebbe aspettato, tranne che quello.

«Invece è così. Perché non mi crede?»

«Non le credo perché Elizabeth è pura e non avrebbe mai fatto le cosacce che lei, sapendo di mentire, dice! Elizabeth è un angelo! È l’angelo dell’amore sulla terra, ed è così bella perché Iddio l’ha benedetta!»

Spencer iniziò a chiedersi se Bikal fosse uno squilibrato.

«Parla come se la conoscesse… È così?! Lei conosceva già Evelina Sparks? E perché la chiama Elizabeth?»

«…Non Evelina! Elizabeth! Anche se ammetto che Evelina suoni bene…», aggrottò la fronte in una smorfia possibilista.

Poi, come fosse la cosa più naturale del mondo, tirò fuori da sotto un cuscino del divano la balestra carica e la puntò dritta sul petto del sergente Spencer.

«Non l’ho conosciuta da viva. Bensì da morta. E credo che non avrei mai potuto conoscerla meglio!», disse cambiando espressione e diventando più infido.

 

Animali “morti per il freddo”?!?

20 Gennaio 2017 Nessun commento

La notizia viene passata così, con leggerezza e un senso di inevitabilità, e pensando solo al povero allevatore che ha perso la sua rendita animale!

Cioè, fa freddo e ci starebbe che gli animali muoiano?!? E questo sarebbe normale?!? Come normale dovrebbe essere che quando fa caldo gli animali muoiono lo stesso, ma di caldo?!?

Manco per niente! Perché sono gli allevatori e i proprietari di quegli animali che devono vegliare su loro, avendoli strappati alla loro vita brada, che ne hanno in carico le sorti e le responsabilità.

Costruite delle stalle che almeno li mantengano in vita e gli facciano avere una vita dignitosa. Sennò i presupposti di crudeltà e violenza verso gli animali e dunque di una denuncia ci sono tutti.

Il punto è che per loro gli animali non sono esseri viventi con dei diritti elementari, ma solo meri oggetti da spremere e mungere il più possibile. E se muoiono, pazienza, e se ne comprano altri. D’altronde costano così poco che a loro conviene non realizzare delle stalle a norma di legge, vero bastardi?!?

Dieselgate

20 Gennaio 2017 Nessun commento

…Ma ce l’avete ancora l’olfatto?!

Passa una macchina in strada e lascia un’intensa scia di puzza. Come può essere regolare, legale, quella puzza immane?!?

Ci sono un sacco di veicoli che sono PALESEMENTE irregolari, basta annusarli. Non ci vogliono gli scienziati. E non devo essere io ogni volta a fare la denuncia, perché dovrebbero essere gli organi preposti a vigilare, ma non lo fanno.

E la gente continua a sciropparsi tutto quello che gli danno senza minimamente protestare. E se per caso uno protesta viene guardato male e magari preso per matto, non è vero?

Qui tutto è illegale, svegliatevi coglioni!

Cavalli di battaglia (ma molto, molto stanchi)

20 Gennaio 2017 Nessun commento

Sì, anche io sono stato tra quelli che sabato si è messo davanti al televisore attendendo con piacere il ritorno in televisione di Gigi Proietti, cioè di uno che ai suoi tempi fu probabilmente il numero uno indiscusso, nel suo campo. Perché aveva dei perfetti tempi comici, era in costante sintonia empatica con lo spettatore. Diceva le cose che doveva dire nel modo giusto. E non è un caso, credo, che dalla sua scuola siano usciti fior di professionisti, ognuno diverso dall’altro ma tutti accomunati da una grande simpatia, se non proprio da un talento cristallino…

Ma qui finisce la parte bella di questo post. Difatti, guardando la trasmissione Cavalli di battaglia in cui era annunciato in pompa magna il ritorno di Proietti alla Rai, non ho tratto alcuna buona impressione o sensazione, tanto che alla fine ho visto solo metà della puntata.

Il fatto è che il Proietti che ho avuto di fronte (e il discorso vale anche per alcuni degli ospiti che lo hanno coadiuvato) non è più lo stesso di prima. Non gliene si può fare certo una colpa se oramai è vecchio. Se quello che prima faceva con scioltezza, divertimento e con calibrata sagacia, adesso sembra una minestra riscaldata insipida di nessun valore. Il tempo passa per tutti, anche per lui, che fu il numero uno.

Tuttavia una colpa gliela si può ascrivere: quella di aver peccato di superbia. Quella di aver sfoderato i suoi cavalli di battaglia, ma rovinandoli, proponendoli stancamente ed essendone pienamente consapevole lui per primo, macchiando quella fama di inossidabile “bravissimo” che si era giustamente meritato nel corso di anni e anni di onorato mestiere.

Il bacio fuori

18 Gennaio 2017 Nessun commento

La incontrai sotto, al lavoro, casualmente, quando né io né lei avremmo dovuto esser là. Dopo avermi adescato con lo sguardo e sospinto da lei, si fermò a parlarmi.

In quel contesto sembrava tutto totalmente nuovo. Nuova lei, nuovo io, nuovo il nostro rapporto appena sbocciato. Sembrava non ci fossimo mai trovati in condizioni simili. Così, dopo il saluto, mi fece la faccia triste. Da me si aspettava qualcosa di più. Lo afferrai al volo e mi avvicinai a baciarla. E allora fu subito più felice.

Avevo fatto centro. Avevo afferrato bene il suo desiderio non espresso assecondandolo. Tuttavia ero molto lontano dall’aver compreso il suo gioco per intero.

Ci demmo convegno a più tardi, come se dopo avessimo fatto chissà cosa. Come se dopo avessimo potuto esser capaci di accoppiarci davvero lì, in qualche stanza abbandonata dell’ufficio, dove invero ci trovavamo spesso io e lei da soli.

Fu quel bacio a infondermi lo sprone di cui avevo bisogno, a farmi credere che davvero mi voleva. Infatti, in seguito, quando mi si sarebbe palesata evasiva, rievocando quel bacio mi sarei detto: se non mi volesse, non mi avrebbe mai fatto quella faccia afflitta appositamente per farsi baciare, no?

Solo che lei era una donna assai mutevole. E aveva già il piede infilato in un’altra staffa. Per lei ero solo un trofeo da esibire. O un uomo di scorta, buono per tutte le stagioni. In particolare per quelle di magra.

 

Bionde contro more: Julie & Shirley

18 Gennaio 2017 Nessun commento

DOT: Dov’è Genevieve?

16 Gennaio 2017 Nessun commento

Più tardi…

Oggi ho dei seri problemi ad allacciarmi alla rete. Così spreco tempo prezioso a costringere il mio pc a connettersi. Alla fine ci riesco e sono già le 9:23.

Se Genevieve sarà puntuale, allora starà per arrivare. Ma quest’oggi lo sciopero ha scombinato tutti i suoi piani, e di conseguenza anche i miei. E lei non viene per le 9:30. Come pure non si fa viva per le 10:00; come pure è assente ingiustificata persino alle 10:30. E allora mi mette davvero in ansia.

Ho terminato le cose da fare, me ne potrei anche andare. È il caso di farlo?, mi chiedo mestamente. Ma vedo la sua roba lì, sul tavolino, quasi a sommo promemoria del suo messaggio subliminale “aspettami… arriverò… credici… credi in me…” Comincio ad accarezzare l’idea di fermarmi più a lungo. Forse, se c’è abbastanza silenzio, come è quest’oggi, vista la carneficina cagionata dallo sciopero, potrei correggere qui la bozza del mio romanzo. Perché no? Farlo a casa oppure qui potrebbe essere la stessa identica cosa…

Le concedo qualche altro minuto di dilazione, anche confidando sul fatto che se fossi in lei non mi fiderei ad abbandonare la mia roba in un luogo pubblico per più di due ore. Ed è allora che mi si desta l’idea che forse lei conti proprio su di me. Un amico fa sempre comodo, soprattutto quando c’è da dare un’occhiata e fare la guardia alla tua proprietà. Tanto più che di furti in questo luogo, che sembrerebbe tanto perbene ma non lo è, ne ho già sentito parlare svariate volte (tanto che, ormai, ogni volta che mi alzo dalla postazione, ho l’impulso di portarmi appresso il portatile, e comunque lo locko cosicché nessuno ne possa approfittare in modo indebito).

Mi concedo una pausa per il gabinetto. È la prima volta in assoluto che ci vado. Scopro dove si trovi senza che nessuno me lo indichi. Sì, lo so: sono un grande. Durante il tragitto eseguo una rapida scansione dei paraggi: nella camera accanto c’è una di spalle che parrebbe proprio lei… Ma per quale cappero di motivo dovrebbe trattenersi là se io invece sono di là? Mi devo essere sbagliato. Non può essere lei. E non sono così paranoico da recarmi lì a verificare se quella persona è davvero lei oppure un’altra… Ma se fosse lei… questo metterebbe una pietra tombale sul nostro rapporto mai maturato?

Quando torno al mio posto sono più sereno (e anche piacevolmente svuotato) ma il mio problema non è si risolto. Dov’è Genevieve?

 

Bansky #9

16 Gennaio 2017 Nessun commento

Verdenero

14 Gennaio 2017 Nessun commento

Al semaforo sbarrò gli occhi osservando l’altro lato della strada. Era appena scattato il rosso ma lei sembrava esser stata morsa da una tarantola: le venne la prescia di attraversar subito. Così si buttò nel traffico quando la circolazione era già copiosamente costipata da autoveicoli da entrambi i lati. Ma lei non si fece affatto problemi e quando fu a metà, voltatasi a sinistra e poi a destra, si mise a correre freneticamente verso la fermata dell’autobus a qualche decina di metri di distanza facendo lo slalom tra le macchine.

Aveva una bella figura snella, con bellissime gambe, e correva molto bene e armonicamente, effettivamente, col piede sinistro che rientrava lievemente verso l’interno. Gli anfibi non la intralciavano. Sembrava nata per indossarli. E correre. Era una che, per un motivo o per l’altro, non aveva mai smesso di correre, fin da bambina, e gli anfibi chissà da quanto li portava.

Una volta sull’autobus, si mise seduta nei posti più vicini all’uscita, quelli in cui c’era più transito di persone, che era quello che a lei interessava di più. Aveva un caschetto con la frangetta, di quelli che andavano molto qualche tempo fa. Questo forse tradiva la sua reale età. Doveva esser ben più matura di quanto sembrasse. Forse aveva già quaranta anni. Forse era ferma a un certo irruente modo di pensare di qualche tempo prima, di quando era ancora adolescente: forse non era mai davvero cresciuta da allora, ma solo inaciditasi sempre più. I suoi occhi vivaci, verdi, si guardavano intorno frementi. Sembravano alla ricerca costante di qualcosa; forse lo erano. Oppure semplicemente lei era una che voleva avere sempre il polso della situazione. Forse aveva il desiderio di sapere chi erano gli altri sparuti passeggeri e di che indole fossero.

Guardò con particolare interesse un ragazzo di colore. Ne sembrava attratta, perché tornò a guardarlo più volte, alcune volte sorridendo alla sua volta; ma quello, come avendo annusato puzza di bruciato, non le concesse particolare credito, nonostante la ragazza fosse indubbiamente avvenente. Bella e diversa dalla norma. Bella e con quella strana luce impaziente negli occhi. Bella e a un passo da qualcosa di irrimediabile.

A un certo punto la ragazza scoprì dietro, in fondo, un altro tale che attirò molto la sua attenzione. Così non perse occasione di voltarsi due o tre volte in successione per esaminarlo meglio. Non lo riuscì a inquadrare con esattezza però. Aveva uno zainetto, proprio come lei, che poteva sembrare una turista momentaneamente in città per un’escursione. Quel suo volto austero coperto dagli occhiali da sole non le permetteva di comprenderlo quanto avrebbe voluto. Non capì se era come lei. Avrebbe potuto anche esserlo. Sennonché anche la schiera dei suoi nemici giurati poteva annoverare esemplari simili (perché ormai non si capiva più un cazzo di niente ed era impossibile stabilire con certezza se uno fosse di qua o di là), e in particolare quel giorno, quel giorno in cui le strade sarebbero state messe a ferro a fuoco dalla manifestazione (e dalla contromanifestazione), e qualcosa già si intuiva, e i primi assembramenti erano stati già improntati da parte delle forze dell’ordine che presiedevano la zona avendo già chiuso numerose arterie di transito.

Una volta che si fu soffermata sul suo anello d’argento, infine si disse che quel tipo seduto in fondo non doveva essere uno come lei: allora non si voltò più. Anche perché avvenne un piccolo fatto che catturò la sua mutevole applicazione. L’autobus era fermo alla fermata, stava per partire, aveva già chiuso le porte. Quando qualcuno, rimasto fuori, bussò pesantemente alle sue porte centrali. E l’autista, che in quel mentre avrebbe pure potuto decidere che fosse ormai tardi per riaprire, invece optò per la clemenza: così gli diede accesso al mezzo e quella persona salì su come una cavalletta parassita nera tutta soddisfatta e si sedette in uno dei primi posti liberi, vicino alla ragazza con la frangetta. Lei volle subito attaccar bottone: così lo rompi, fai piano!, gli disse con un largo sorriso, riferendosi alle botte che il ragazzo, anch’esso di colore come l’altro, aveva dato alle porte del mezzo per farsi sentire dall’autista.

Ora, quel commento era piuttosto superfluo, pleonastico. Eppure la ragazza guardava fisso il nuovo arrivato, sorridendogli per non farsi respingere, e aspettandosi una sua ribattuta che, se ci fu, fu molto modesta perché non c’era molto da dire su quell’azione che il tipo doveva aver visto compiere chissà quante volte da altri e ora aveva replicato anche lui.

Qualora avesse voluto rimorchiarselo, il commento della ragazza avrebbe avuto un senso; ma in quell’ambito, seppure la ragazza sembrava decisamente orientata ad effettuare degli scambi di vedute con quei tipi colorati, in quel contesto il suo atteggiamento strideva, tanto che entrambi i ragazzi di colore la bollarono come troppo eccentrica (forse pazza) e dunque decisero di non darle corda, mentre lei riprese a osservare anche le reazioni del ragazzo seduto in fondo per valutare se fosse d’accordo o contrario con quella sua considerazione; ma quello cercò di evitare i suoi occhi verdi palesandosi forse neutrale.

Poco dopo la ragazza si voltò ancora dalla parte dei due ragazzi di colore che si erano seduti entrambi casualmente alla sua destra e cercò di coinvolgerli in una conversazione. Chiese loro del traffico, della manifestazione. In particolare se sapevano chi la faceva, quella manifestazione, e per cosa era. Sembrava che le premesse molto avere le risposte a quelle due ultime domande. E i ragazzi di colore ebbero una sorta di paura (perché lei voleva condurli proprio su quel pericoloso filone) e non dissero niente, anche perché la ragazza aveva assunto un’espressione dura e puntigliosa. Sembrava tanto che in realtà sapesse benissimo le risposte a quelle domande, ma volesse che le corrispondessero i due ragazzi di colore. Ma loro non osarono farlo e, ancor più di prima, tentarono di evitare di avere contatti con lei nonostante la sua avvenenza, e benché, in apparenza, si mostrasse molto aperta nei loro confronti. In apparenza.

Non avendo ottenuto ribattute di sorta dai due, la ragazza si placò. Poco dopo cominciò a smanettare col cellulare per vedere le deviazioni che avrebbe fatto il mezzo. E a un certo punto cominciò a parlare da sola, sempre in quel suo tono apparentemente aperto ed esageratamente amichevole. Si voltò verso i ragazzi di colore cercando di trascinarli, ma quelli preferirono non guardarla e non parlare con lei.

Un’altra persona di colore salì su l’autobus e si andò a mettere seduta proprio dietro la ragazza col caschetto la quale sembrò infastidita dal pensiero di avere quel tale proprio alle sue spalle, dove non poteva sorvegliarlo. La ragazza si spinse un poco avanti sul sedile per non avere la sensazione che quello le esalasse sul collo il suo (fetido) alito di cipolla e quant’altro.

A un certo punto il ragazzo seduto in fondo con l’anello d’argento (che non era di colore) si alzò dalla propria postazione, si mise lo zainetto in spalla, prenotò la fermata e si recò verso l’uscita più vicina, a un passo dalla bella ragazza con gli anfibi. In quel mentre la ragazza sembrò toccata da una scossa. Così si alzò pure lei e si recò poco più avanti. Il ragazzo con l’anello d’argento pensò che sarebbe scesa anche lei alla sua fermata, solo dall’uscita più avanti (e già stava pensando a una scusa per togliersela di torno, perché era evidente che se quella ragazza lo avesse puntato sarebbe stato assai arduo scrollarsela di torno). Però la ragazza con gli occhi verdi si limitò a confabulare con l’autista. E quando il ragazzo con l’anello d’argento fu sceso e si ritrovò a terra e il mezzo riprese il suo usuale percorso, si girò indietro per vedere se la ragazza instabile lo aveva seguito e si accorse che la ragazza non c’era, quel giorno in cui si tenne quella grossa manifestazione della Destra xenofoba contro gli immigrati, e in cui la ragazza era stata incaricata di rimorchiarsi qualche immigrato per condurlo in un posto appartato dove sarebbe stato pestato di botte da altri camerati suoi compagni, pardon… amici.

 

Bionde contro more: ABBA

14 Gennaio 2017 Nessun commento