Elizabeth: Quel frocetto di Spencer

26 Settembre 2016 Nessun commento

Bikal si irrigidì. Di nuovo il fato avverso si era rivoltato alla sua disubbidienza: proprio nel momento in cui lui lo stava fottendo. Tuttavia Bikal non si sarebbe arreso. Però non sapeva cosa fare. Se li faceva entrare, sentiva che avrebbero scoperto Elizabeth e gliel’avrebbero portata via.

«Vogliamo solo fare due chiacchiere. Poi potrai tornare a quello che stai facendo. E noi appianeremo le cose domani a lavoro…»

Bikal voleva credere alle parole di Ozzorn (che non gli aveva mai mentito, no? O forse lo aveva fatto tante di quelle volte ma lui non se n’era mai accorto?! Per un attimo gli sembrò che i due avvenimenti potessero essere equiprobabili); gli stava per aprire la porta e porgergli le scuse del caso. Avrebbe detto che non ne sapeva niente e quelli lo avrebbero lasciato stare. Certo. Sarebbe andato tutto liscio… Ma poi si ricordò che erano venuti direttamente a casa sua! Avevano osato importunarlo nel suo impero sacro e inviolabile! E non potevano esser venuti solo per scambiare un paio di domandine. No! Avrebbero perquisito la casa. E lui non avrebbe mai potuto nascondere Elizabeth così bene da non fargliela trovare. E sarebbe stata la fine…

Ma forse stava precipitando troppo le cose. Perché non potevano avere un mandato. E senza un mandato lui non avrebbe permesso loro di girare a zonzo per la sua proprietà. Col cazzo!

Un mandato era difficile che venisse accordato in appena un giorno. Solo per dei gravi motivi poteva essere rilasciato in così poco tempo. Bikal sorrise. Se avessero voluto controllare la casa, lui non glielo avrebbe permesso.

«Ci apra. Le vogliamo solo fare una domanda o due, signor Bikal. Inoltre, se continua così, la avverto che potrà incorrere in dei reati federali, per aver intralciato l’azione di un agente nel pieno svolgimento della sua missione…»

Bikal udì la voce del sergente Spencer. Sembrava proprio quella del frocetto che si era immaginato fin dal principio. Bikal lo fantasticava come un tipo palestrato, di media altezza, con i capelli biondi, corti e a spazzola, magari col gel… Si rivolse a Elizabeth.

«Che dici, Elizabeth? Li facciamo entrare?»

La sua era una domanda retorica. Aveva il sorriso disturbato di colui che è in cima a un palazzo e si sta per buttare giù, ma non ha paura. Elizabeth gli rispose, anche se sapeva già cosa il suo amore avrebbe fatto.

«Falli entrare. Se sono arrivati fin qua solo per parlarti, non te li leverai più di torno. E respingendoli potresti peggiorare anche le cose, amore.»

«Lo pensavo pure io.»

Bikal urlò che stava arrivando e che non c’era bisogno che gli buttassero giù la porta, e loro lo intesero, perché smisero di bussare e suonare contemporaneamente.

 

Il fioraio esaurito

26 Settembre 2016 Nessun commento

Era da un po’ che lo avevo adocchiato; mentre, per una volta, credo che lui non avesse notato me, dato che, essendo troppo sprofondato nel suo mondo estremamente puerile ed egocentrico, non mi aveva assegnato alcuna prominenza, visto che io non gliene avevo dato occasione.

La statura di quel fioraio ambulante era tanto ridotta quanto invece era esteso il suo stupido e insignificante ego. Aveva un modo di fare assai litigioso. Si vedeva che cercava rogna. Prendeva di petto i passanti cercando di convincerli ad acquistare i suoi fiori appassiti. E se gli sfilava per caso davanti una ragazza avvenente, poteva essere oltremodo scostumato se essa si trovava non accompagnata.

Eppure il fioraio, per qualche strana congiuntura del caso, nonostante fosse povero in bolletta, fuori di testa e davvero un pessimo partito sotto tutti i punti di vista con nulla di buono da offrire al mondo, in qualche modo aveva accalappiato una ragazza ben più bella e migliore di lui, una ragazza che al suo confronto appariva l’emblema della serenità e della serietà. Una ragazza che doveva essere rimasta avvinghiata nelle sue spire quando lui ancora poteva far finta di non esser un fuori di testa. Una ragazza che ora non poteva più lasciarlo, perché lui non glielo permetteva.

Frequenti erano le occasioni in cui il fioraio esaurito si gettava in delle urla inconsulte che richiamavano l’attenzione di tutti. Talvolta non ce l’aveva proprio con nessuno, se non con la sfortuna che, a suo dire, si era accanita contro lui. Altre volte ce l’aveva con qualche avventore che forse l’aveva guardato storto o aveva osato replicare a uno dei suoi spropositi. Ma altre volte il bersaglio delle sue strali era fuor di dubbio quella ragazza che così caritatevolmente gli rimaneva accanto nonostante i suoi vili eccessi.

In tali occasioni, poteva accadere che il fioraio matto continuasse a martellarla con frasi inviperite del tipo: «…Perché tu non mi fregherai, vero Miranda?!? Tu non lo faresti mai, vero Miranda?!? Tu non sei una zoccola come le altre, vero Miranda?!?», dando così pubblico scandalo, mentre alla dimessa ragazza non rimaneva che starsene accucciata in un angolo dell’esercizio mobile, seduta, silente e assorta a fumare, sperando che quelle invettive sarebbero terminate da lì a breve se non vi avesse replicato; ma quello poteva andare avanti anche per delle ore, qualora non avesse avuto qualcosa o qualcuno a distoglierlo…

Quel dì il fioraio esaurito era nel mezzo di una delle sue crisi. Non c’era la ragazza con lui, così sembrava si fosse adirato contro un fantomatico tipo il quale doveva avergli fatto un torto; un tipo che apostrofò più volte come “figlio di puttana”. Un tipo di cui però ora non c’era traccia nei paraggi.

La sua idrofobia si era portata a livelli inenarrabili e sentivo che da un momento all’altro sarebbe sbottata in una modalità violenta. Si vedeva da come sbavava rigurgitando maledizioni e vilipendi, anche ai passanti che avvistava a decine di metri di distanza i quali, ben perspicaci circa la sua demenza, invero gli transitavano al largo circumnavigandolo come se in mare aperto si fossero imbattuti in una nave di pirati o appestati.

Il problema però era che anche io avrei dovuto percorrere quella via. Ma ahimè non potevo, perché sapevo che stavolta non sarei riuscito a mimetizzarmi nell’ambiente circostante come avveniva le altre volte che lo incrociavo. Stavolta il fioraio matto attendeva una preda sulla quale gettarsi, per sbranarla. E se davvero fossi passato per di là, era indubbio che si sarebbe giunti a un qualche tipo di scontro fisico feroce. Eppure dovevo andare per forza per quella via e rischiavo anche di arrivare in ritardo a un appuntamento qualora avessi indugiato troppo…

Decisi di attendere che le sue ire cadessero su qualche altro sventurato. Accodandomi a questi, con un po’ di fortuna, in pochi secondi mi sarei ritrovato oltre la possibile rissa ben prima che essa avesse potuto porsi in essere.

A un tratto quel che attendevo si manifestò. Difatti per quel sentiero proibito si avviò uno spensierato anziano signore il quale conoscevo di vista e aveva fama di uomo assai equilibrato e pacato. Forse egli avrebbe rappresentato il perfetto antidoto di contrappunto per l’acredine incancrenitasi del fioraio matto, sperai.

Ma forse mi sbagliavo perché, quando il fiorista lo puntò come un toro, fui certo che l’anziano fosse spacciato essendo destinato a sicura morte cruenta. Tuttavia non avevo fatto i conti con la psicologia umana, che delle volte sa essere davvero contorta. Infatti, quando il fioraio fu quasi prossimo a investirlo materialmente, mentre il tono dei suoi insulti era salito al massimo grado a cui sapeva portarlo, il signore di una certa età fece un gesto imprevisto che disarmò completamente la rabbia repressa del potenziale assalitore. Gli fece un sorriso, che certo voleva essere solo di non belligeranza. Ma ciò bastò ad ammansire le collere sbrigliate del fioraio matto, il quale si ritrovò a sorridere anche lui come un beota, e dunque se ne tornò indietro del tutto sfogato e calmato. Come non fosse mai accaduto nulla. In un lampo, tutte le sue recriminazioni furono dimenticate, cancellate.

Approfittai del momento per passare difilato anche io. Nei dintorni sembrava essere scoppiato un sussiegoso silenzio. E tornai ad ascoltare il cinguettio degli uccelli.

Bionde contro more: Uma Thurman

26 Settembre 2016 Nessun commento

Frammenti: Poi vedrai come ti divertirai…

26 Settembre 2016 Nessun commento

«Va tutta al primo e al secondo piano. Mi sto divertendo!»

Hildita e il diario

24 Settembre 2016 Nessun commento

Un giorno, non so come, Hildita entrava in possesso di un mio vecchio diario. Solo che era un diario particolare: un diario interamente votato a lei. Allora veniva da me e cercava di capire. Non riusciva a spiegarselo. Io facevo spallucce. Nemmeno ricordavo bene che cosa ci avevo scritto in quel diario.

Era scritto fitto fitto in ogni sua sezione disponibile. E se dapprincipio erano stati appuntati anche sparuti compiti per casa, ben presto il suo vero scopo si era trasformato per l’appunto nell’essere quell’eterno e ridondante tributo a lei.

Hildita mi chiedeva dove avessi trovato il tempo di scriverlo e io le ricordai il carattere piuttosto scostante che aveva assunto quell’anno scolastico, tra un’occupazione, un’autogestione e poi le notevoli assenze sempre di quello o quell’altro professore. Piuttosto mi domando io che cazzo facevate voi altri mentre io scrivevo sempre il mio diario!, le rispondevo facendole ammettere che tutti gli altri in fondo non avevano fatto altro che cazzeggiare e sprecare tempo, anche lei.

Hildita cercava ora di concentrarsi per ricordare quei momenti. Ma non c’era niente da fare: non ricordava nulla. Anche perché, oltre a essere stati, quelli, momenti perlopiù insignificanti e caotici, erano stati anche e sopratutto momenti che non ci vedevano partecipi. Sia perché io ero collocato dall’altro lato della classe e per lei non esistevo se non mi facevo notare (e io certo, timido come ero e tutto preso a vergare il diario, non mi facevo notare), sia perché, e questo chiaramente lei lo aveva totalmente rimosso, in quel periodo gli stavo antipatico avendo esagerato con le battute taglienti su di lei: aveva addirittura stabilito di non parlarmi. Ecco, questo ero molto felice che non se lo ricordasse proprio…

Hildita leggeva avida quel diario e ancora non capiva. Non capiva come avessi potuto amarla così intensamente senza essermi fatto avanti o averglielo mai lasciato intuire. Sembrava nutrire profondi rimpianti in proposito, come se, qualora lo avesse saputo, forse tra noi…

La cosa che invece a me sorprendeva era che… capiva la mia scrittura. Eppure quel diario era stato scritto con una calligrafia molto strana, quasi bizantina, una grafia che in vita mia usai solo in quell’occasione, e che dopo già, non solo non riconoscevo come mia, ma faticavo a interpretare. Invece per lei era come leggere la sua grafia. In questo Hildita si dimostrava ben più sveglia e intelligente di me, come lo era infatti in molte cose della vita, anche se non in tutte.

Hildita leggeva sul mio diario i testi di tre canzoni dei Galatasaray, un gruppo pop che all’epoca andava per la maggiore, di cui mi ero completamente scordato dell’esistenza, e rimaneva colpita che le avessi dedicato proprio quelle tre canzoni d’amore. Eh, sì. Erano proprio canzoni d’amore sperticato, su quello non c’erano dubbi. Allora mi riguardava in faccia e pensava: come è possibile che Guillermo mi amasse così tanto e io non me ne sia mai accorta?!

Hildita dapprima non ricordava le melodie di quelle canzoni antiche, ma ripensandoci su un po’ riuscì a rievocarle. E canticchiandole le fece ricordare anche a me. Hildita le cantò con la sua bella voce particolare un po’ bambinesca e mi fece stringere il cuore.

Hildita leggeva le poesie che le avevo scritto sul diario. E le trovava bellissime e quasi rimaneva sconvolta. Leggeva i pensieri spropositati che avevo avuto per lei. Leggeva di come delle volte la osservassi maniacalmente portando alla luce i suoi stati d’animo più segreti. Ci ritrovò anche fatti che per lei erano stati molto importanti, così importanti che, quelli, giustamente se li ricordava. Ma non si capacitava di come io ne fossi venuto a conoscenza, di come avessi potuto intuirli solamente da un suo depresso stato d’animo di un minuto, o da poche parole sparute dette a mezza bocca, o da quella volta che era scoppiata a piangere senza spiegare a nessuno il motivo.

Ecco, adesso Hildita era lì lì dall’aprire ancora una volta i suoi rubinetti. Un po’ per aver ricordato fatti per lei così commuoventi, un po’ perché le veniva da piangere a ripensare che io per tutto quel tempo avessi nutrito per lei dei sentimenti così assidui e fedeli eppure non glieli avessi mai manifestati: le sembrava un enorme, brutto spreco. E allora mi diceva con gli occhi, mentre ormai le parole le si erano ingolfate in gola: perché? perché Guillermo non mi hai mai detto nulla? perché non mi hai lasciato capire quanto mi amassi? forse le cose tra noi sarebbero potute andare diversamente…

Allora io andavo da lei, la abbracciavo da dietro, e poi la guardavo negli occhi e le dicevo che sinceramente neppure sapevo cosa stavo facendo mentre scrivevo quel diario; ero un ragazzino che si cimentava per la prima volta con l’enorme complessità dei sentimenti amorosi. E non sarei mai stato in grado di andare da lei e farle dei discorsi sensati. Ero colmo di ormoni che mi facevano sballare il cervello. Non ero in grado di distinguere l’attrazione fisica dall’amore romantico, anche se era indubbio che l’avessi amata sul serio. E poi c’era lei che in quel periodo mi aveva chiuso la porta. E io ne ero mortalmente dispiaciuto e non potevo far altro che starmene per conto mio sperando che le passasse, prima o poi. Confidando completamente sulle sue doti di estrema bontà, perché sapevo che lei era in grado di perdonare, perdonare tutto, perché lei era la persona più buona che conoscevo e senz’altro un giorno mi avrebbe perdonato per essermi comportato così male con lei, e allora avremmo potuto essere ancora amici, ancora una volta, e quello mi sarebbe bastato perché forse, uno come me, pensavo, pensavo che per uno come me lei sarebbe stata troppo, che non ne ero degno, che avrei finito per romperla, per non farla esser felice. Per questo era impensabile che mi facessi avanti, io con tutte le mie titubanze e le mie contraddizioni…

A quel punto allora (eravamo ancora a scuola e facevamo l’ultimo anno) anche i nostri compagni, capeggiati dall’odioso Setoso, capivano cosa stava avvenendo tra noi: così cominciarono a prenderci in giro. E volevano portarci allo scoperto: dicevano che amavo Hildita con tono canzonatorio. E io sapevo che se lo avessi ammesso non l’avrebbero più piantata e anche Hildita avrebbe finito per rimetterci. Così facevo il vago. Cercavo di conservarmi tranquillo sminuendo quei fatti così lampanti che pure non avrebbero accettato repliche. Ma loro allora dicevano che avrebbero rapito Hildita se non avessi ammesso che mi piaceva e che ero cotto di lei. Io ancora facevo il sostenuto mostrando di esser convinto che non l’avrebbero fatto. Allora loro dicevano che l’avrebbero spogliata davanti ai miei occhi se non avessi ammesso che mi piaceva… Durante tutto questo scambio di battute Hildita non si sentiva parte in causa e mi guardava sopratutto per capire anche lei che reazioni avrei avuto: non era interessata alla sorte che le sarebbe spettata. Perché per lei contava molto più apprendere cosa avrei fatto per scongiurare tutte quelle cose più o meno simulate che quei deficienti avrebbero fatto per metterci in imbarazzo.

Giunti alla loro ultima minaccia però capii che non scherzavano, o meglio che sarebbero stati capaci di fomentarsi fino ad arrivare in fondo pur di smascherare i miei reali sentimenti per lei. Così decidevo di cambiare tattica e finalmente intervenire, dicendo che se solo la toccavano gli avrei fatto cadere tutti i denti a forza di calci in bocca. Allora loro esultavano a facevano salire di intensità le loro derisioni con quei loro stupidi coretti da bambini piccoli del tipo: Guillermo ama Hildita! Guillermo ama Hildita! Guillermo e Hildita si amano! Guillermo e Hildita si amano!… Io allora prendevo Hildita per mano, ed era la prima volta che mi permettevo di farlo, e la portavo fuori dall’aula, al sicuro, dove saremmo rimasti solo io e lei. Solo io e lei…

 

Fertility day

24 Settembre 2016 Nessun commento

Al netto degli opuscoli ambigui e razzisti, se in questo giorno si vuol ricordare che

la menopausa, contrariamente alla percezione comune, può subentrare a tradimento anche in ragazze o donne ancora relativamente giovani e dunque, se uno vuol fare un figlio, meglio che lo faccia quando può, non standoci troppo a pensare perché magari un domani non potrà più farlo e dunque non gli rimarrà che adottare un figlio se avrà ancora tale desiderio di genitorialetà

questa iniziativa va elogiata, e non ostracizzata a testa basta in maniera strumentale.

Poi, certo:

1 andrebbero fluidificate le politiche per l’adozione dei minori perché esistono un sacco di bambini orfani che aspettano dei genitori amorevoli;

2 personalmente vi sconsiglio di mettere al mondo creature nuove in questo mondo che si dirige sempre più velocemente verso il baratro.

3 non tutti dovrebbero avere il diritto di avere bambini o animali. Perché c’è un sacco di gente stronza in giro…

I terremoti NON uccidono

24 Settembre 2016 Nessun commento

L’Italia è un paese sismico. Ciò vuol dire che, da nord a sud, a parte la Sardegna, vi è un alto rischio di terremoto.

Ciò vuol dire che come minimo ogni edificio andrebbe costruito seguendo le basilari norme antisismiche; ma spesso vediamo che non solo questo non si fa, ma che gli edifici vecchi sono molto più resistenti di quelli nuovi, per via delle numerose infiltrazioni mafiose.

Che poi, se le case venissero costruite con materiali leggeri ma solidi e magari ci si limitasse a non andare oltre un piano, potremmo scoprire che non morirebbe più nessuno per i terremoti. Capito? Zero persone! Si morirebbe solo eventualmente se un’enorme voragine ti si aprisse sotto i piedi, cosa oltremodo improbabile; altrimenti niente…

Ma quel che caldeggio è troppo irrisoriamente di buonsenso per esser fatto. Per cui in questo maledetto paese non verrà mai applicato.

Chi ha indotto il suicidio di Tiziana

24 Settembre 2016 Nessun commento

1 Sono stati tutti coloro che non le hanno dato tregua: l’hanno massacrata dicendole infinite volte puttana. A quelli andrebbe assegnato l’ergastolo.

2 È stata la società maschilista in cui viviamo. Infatti, per questa società, se una donna si fa riprendere in un filmato sessuale, quella donna è una puttana, senza se e senza ma. Se invece lo fa un uomo, quell’uomo è un dritto, o un grande amatore, o comunque uno da stimare (a meno che, certo, sia sposato; ma delle volte anche in questi casi lo si guarda con compiacenza).

Da questo punto di vista, non esisterà mai la parità di genere finché vigeranno queste differenze di trattamento. 

Paraolimpiadi

24 Settembre 2016 Nessun commento

Ma sì. È giusto.

È giusto che anche loro abbiano le loro olimpiadi.

È giusto che anche loro godano se vincono una medaglia.

È giusto che anche loro facciano di tutto per vincere una medaglia.

È giusto che anche loro si dopino per vincere una medaglia.

È giusto che anche loro allenino il corpo allo spasimo fino a renderlo una macchina perfetta; però anche loro non siano minimamente in grado di evolversi su un piano spirituale o mentale.

È giusto che siano anche loro superficiali.

Esattamente come i normali.

Questa sì che si chiama parità, gente!

L’uomo forte

22 Settembre 2016 Nessun commento

Quando manca mezz’ora all’incontro mi arriva un suo messaggio.

È subentrato un inconveniente. Non posso più venire. Mi dispiace dirtelo solo ora. Faremo un’altra volta. Baci.

Mi cadono le braccia a terra. Dopo tutto questo tempo, ancora non si è convinta. E alla fine ha deciso di mollare. A questo punto potrei chiudermi in un silenzioso riserbo (e questa sarebbe la pietra tombale sul nostro complicatissimo rapporto), oppure replicare qualcosa di molto sarcastico. Non rinuncio alla seconda opzione, perché le voglio far capire che so perfettamente che mi sta mentendo.

Il tuo inconveniente si chiama diarrea, vero? Te la fai addosso all’idea di vedermi. 3:-)

Risponde immediatamente.

No. Davvero. Ho avuto un problema e anche grave.

Non le chiedo cosa per non costringerla a inventarsi una delle sue balle colossali. Stavolta salto. La lascio andare. E così, se proprio non riesci a incontrarmi, e sia. Ti lascio andare lontano. Ti lascio allontanarti. Ti lascio andare in mare aperto sapendo che la corrente ti porterà sempre più lontano. E se pure un giorno dovessi decidere di tornare indietro, non troverai più nessuno ad aspettarti. Perché il tempo cambia tutto e non puoi pretendere che tutti stiano ai tuoi comodi nel momento in cui tu vuoi che ci siano, mentre ti siano lontani quando, negli altri momenti, non sopporti che ti si avvicinino. Fa parte delle regole del gioco. Uno sopporta finché può. Poi, se non ce la fa più, molla. Tira i remi in barca; vale anche per te, per tutti. E tu mi hai fatto giungere a questo punto…

Venticinque minuti dopo mi arriva imprevisto un altro suo messaggio.

Mi sono liberata. Se ti va, sono ancora disponibile. Stesso posto, stesso orario.

Immagino che per tutto questo tempo sia rimasta a rimuginare sulle mie parole, su quello che implicassero, oltre che sul suo comportamento da vigliacca. Poverina. Che vita dura deve essere la sua, sempre in balia delle emozioni, con la costante voglia di cambiare rotta per introitare il risultato migliore, sapendo che, comunque vada, le andrà male lo stesso, perché sarà sempre insoddisfatta, qualsiasi cosa faccia o decida.

E adesso io che dovrei fare? Accetto? Ne ho ancora voglia? Oltre che le braccia questo suo nuovo messaggio mi ha fatto cadere pure i coglioni a terra. Di colpo non è più così interessante come prima. Di colpo vorrei essere ad anni luce da lei e non averle mai dato il mio numero di cellulare. Mi ha stufato. Per questo è tornata suoi suoi passi: perché lei deve fare sempre il massimo per confonderti ed esasperarti, così che le si possa dire che è una tipa impossibile alla quale non si può stare accanto. Con susseguenti perenni sensi di colpa, recriminazioni, insoddisfazioni, lacerazioni, eccetera, eccetera, eccetera, da parte sua, ovviamente…

Tuttavia mi rendo conto che, uno: se non accetto di incontrarla adesso forse non mi capiterà più di farlo (e magari avrà la faccia tosta di essere lei quella offesa con me per non averla più voluta incontrare); due: non devo lasciarmi manipolare da lei, non devo essere in balia delle emozioni che mi provoca. Se lo facessi, sarei solo il suo sciocco giocattolo. Invece tocca a me essere forte, superando quei continui ostacoli che lei mi pone sul cammino per arrivare a lei. In un certo senso, devo fregarmene di quegli ostacoli, devo puntare diritto a quello che voglio io e basta, senza neppure curarmi troppo dei suoi mutevoli e apparenti sentimenti.

Dunque che cosa voglio? Sì, la voglio incontrare. Magari da domani non sarà più così, ma per ora è ancora così. Perché io sono uno che i cerchi li chiude, porco giuda. Non sono come lei.

Okay. Ma sii puntuale sennò giuro che me ne vado.

Spedito senza ripensamenti. Ho aggiunto la postilla della puntualità perché temo possa appostarsi da qualche parte per spiarmi senza farsi vedere. Ne sarebbe benissimo capace. E poi potrebbe ancora una volta decidere di darsela a gambe. Non glielo permetterò. Se non si presenta in orario, me ne andrò io a nascondermi prima che arrivi, o meglio che si faccia vedere, che mi appaia come la madonna. A ogni modo lei risponde:

Sono già qui. Ti aspetto.

Bene. Adesso sì che non può più insabbiarsi.

Arrivo e lei è lì con la faccia da brava bambina con gli occhialini da sole, che aspetta il papà che deve venirla a prendere. Gira la testa a destra e sinistra non sapendo da dove sbucherò. Poi mi vede. Toglie gli occhiali e mi sorride.

«Ciao.»

«Ciao.»

«Mi sono liberata. Ce l’ho fatta alla fine. Non ti sto a spiegare come…»

Sì, non mi spiegare. Detesto ascoltare le tue bugie…

È bella. Si è truccata. Sembra aver passato molto tempo alla toilette. È profumata, ma non troppo per fortuna. Altroché se non è da ore che stava dandosi da fare per questo appuntamento, per essere bella e piacente…

Seguono quindici minuti di orologio di impersonale, banale conversazione dozzinale da “che tempo che fa oggi, eh?”. Assolutamente scialbissima. Schiva tutte le mie domande, anche quelle che potrebbero non essere necessariamente troppo pertinenti e penetranti nei suoi segreti sentimenti di donna in perenne fuga dalla realtà. E io mi chiedo: dove vuoi arrivare? che cosa vuoi da me? come pretendi di mantenere in piedi questo rapporto se eviti ogni minimo accenno al personale? su cosa si dovrebbe reggere in piedi il nostro rapporto se gli togli tutto? tutto, tutto…

E infatti lei se ne esce come prevedevo. A un certo punto, dopo un silenzio di un minuto in cui ha rimirato il vuoto, si è voltata a guardare il volo di un uccellino come fosse la cosa più interessante del mondo, come se quel volo rappresentasse il suo bisogno intemperante di fuggire da me per andarsene chissà dove, in un qualunque posto lontano da me, dopo essersi guardata le scarpette di vernice, si volta verso me e mi fa un sorrisetto del tipo: “pazienza, è andata buca”. E infine dice:

«Beh, adesso devo andare. Sai quella cosa di cui mi ero liberata? In realtà non è che mi faccia stare tanto tranquilla, sapessi… Ho ancora la testa lì… Dunque forse è meglio che vada. Ciao. Beh, è stato bello rivederci dopo tanto tempo. È stato come fosse la prima volta, non trovi?», sorride ricercando la mia complicità e indorandomi la pillola, «È stato come ci fossimo conosciuti oggi per la prima volta…», sorride e si alza. E fa per andarsene, ha già un piede nella direzione dalla quale è venuta… Mi dà un bacio sulla guancia? Neppure quello! Vuole che i nostri contatti siano più asettici possibili, così da potersi dire… Cosa? Che non c’è mai stato niente tra noi, in fondo. Ecco cosa. È questo che si ripeterà cacciandomi fuori dal suo cuore, quel suo cuore che adesso lei ritiene che io abbia occupato abusivamente ormai per troppo tempo e sia ora di farmi sloggiare, in una maniera o nell’altra, con le buone o adottando tecniche da vera bastarda. Adesso sta tentando di fare la buona. La buona bastardina…

Rimango inchiodato sulla panchina a guardare le formiche. Eh… Che dovrei fare? Una scenata? No. Non ne ho voglia. E non voglio darle soddisfazione. E poi lei chissà a quante scenate avrà assistito in vita sua, tutte quante o quasi provocate da lei. No, non le darò questa soddisfazione, anche perché le voglio far capire che io sono diverso, diverso anche in questo. Da me non avrà alcuna scenata.

Allora che faccio? Cerco di trattenerla? Potrei ma… Poi penso: che se ne vada pure al diavolo. Una volta che avrà preso la metropolitana, mi troverò finalmente libero da questa sua vischiosa ragnatela; la cancellerò totalmente dalla mia vita. E se un giorno dovessi tornare a pensare a lei, mi dirò subito: quanto sei stato coglione a non togliertela subito dalle palle, quanto sei stato coglione a trascinare fino allo spasimo qualcosa che avrebbe dovuto abortirsi fin dal principio. Perché hai voluto andare avanti nonostante i numerosi impedimenti che ti ha messo da subito sul cammino? Beh, lo so perché. Ma quella è un’altra storia. Avevo le mie motivazioni. Ed erano pure in parte valide. Ma ora non contano più un cazzo. Un cazzo…

Insomma lei è lì che se ne va, quando io, ancora, similmente a come avvenuto col messaggio, con quel messaggio che poi le ha fatto decidere di incontrarmi, le faccio, non alzando minimamente la voce, con la calma dei forti:

«Ovvio che te ne vai… Se togli tutto al nostro rapporto… che cosa ti aspetti che resti? Nulla, non resta nulla…»

E lei si blocca come le avessi dato una schicchera sulla spalla. Si volta e fa:

«Che?»

«Lo sai. Lo sai perfettamente a cosa alludo. In questo quarto d’ora risicato non hai voluto avere una vera conversazione con me. Ti sei impegnata a parlare di aria fritta. Semplice aria fritta. Non una cosa che sfociasse su qualcosa che ti importasse davvero. Hai fatto di tutto per evitare che potessi entrare in sintonia con te, non è così?»

Lei prova a negare.

«Ma no! Vedi, oggi è andata un po’ così… Avevo questa cosa da fare… Poi sono venuta ugualmente, però…»

«Basta balle. A che serve recitarle a iosa se entrambi conosciamo la verità, me lo dici?»

Sbatte le palpebre pesantemente. L’ho colpita, in pieno. E non parla più.

«Hai tolto tutto al nostro rapporto. Hai cercato di togliere tutte le cose che avevamo in comune. Hai negato perfino te stessa pur di dimostrami che non abbiamo più un cazzo in comune. E allora… e allora vattene. Mi chiedo che sei venuta a fare oggi. Con che spirito sei venuta oggi? Ah, capisco. Adesso dirai che sono io che ti ho obbligata a venire, vero? Che se non fosse stato per me non saresti mai venuta. Certo. Come no. Ma se sei stata tu a invitarmi! Certo, adesso mi dirai che… ti si era aperto un buco. Che all’improvviso ti era venuta voglia di fare questa cosa che avevi sempre rimandato, per vedere se ti dava ancora qualche scossa. Ma che questa scossa non l’hai avuta in definitiva e che tutto il tempo sei stata sulla difensiva, sei stata impegnata a non farmi entrare in te, a respingermi. Così alla fine ti è toccato venire per convincerti che non ti sei persa niente, vero? Ah, ma questa è solo una parte della verità e magari già da domani rimpiangerai il tuo comportamento così chiuso nei miei confronti, che ti ha impedito di stabilire un contatto con me. Domani tornerai a prendertela con te stessa e la tua inadeguatezza, e ti dirai che se non fossi stata così disfattista avresti potuto cavare da me tutte quelle belle cose di cui alcune volte mi hai creduto designatario.»

Smetto improvvisamente di parlare. Lei è immobile davanti a me. Incapace di andarsene. Adesso non può più. La verità delle mie parole, l’estrema verità delle mie parole le brucia la pelle e l’anima. Senza che ce ne siamo accorti si risiede accanto a me con una morbidezza da animale selvatico che si apposta nella macchia e diventa invisibile.

Mi volto verso lei e le vedo quella faccia problematica, in seria difficoltà. Quanto deve farle male essere messa davanti alle sue responsabilità, eh?

«Adesso non te ne vai più, eh? Come mai, se un attimo fa mi avevi detto che avevi la testa altrove, e volevi far passare che avessimo avuto un appuntamento normale, normale!, che era già stabilito sarebbe durato solo pochi minuti perché ci hai tenuto a farmi capire che in fondo tra noi non ci sia poi nulla di nulla, nonostante questi mesi, questi anni, che per qualche ragione tutto sia cambiato, cambiato per te e di conseguenza deve esserlo anche per me, che mi devo adattare perché non posso costringerti a desiderare di starmi vicino, se non vuoi starci, vero? Solo che non è esattamente così. Sei tu che mi hai allontanato, e poi aspettavi per vedere se e quanto sarei stato male; sei tu che almeno in parte volevi sia farla finita con me che vedere se allora ti cercavo con ancora maggior costanza, eh? E se l’avessi fatto? Che cosa avresti fatto tu? Ne saresti stata felice oppure avresti raddoppiato i tuoi sforzi respingenti rischiando di perdere tutto? Mi avresti dato una freddezza ancora più massimale per vedere se sarei finito sotto casa tua a prendermi l’acqua in una giornata che diluviava? Sei tu, bella mia, la sola che qui ha assassinato volutamente il nostro rapporto, delle volte intenzionalmente, delle volte no. Ma sei stata sempre tu a farlo.»

Adesso è nervosa. Non può replicare nulla. Fa per accendersi una fottuta sigaretta. Ma che sia dannato se glielo permetterò in mia presenza. Sa che detesto il fumo ma in questo momento è troppo distratta da quello che le ho detto per non fare questo gesto per lei abitudinario che chissà quante volte al giorno compie quando non ci sono.

Le strappo la sigaretta dalla bocca mentre la fiamma dell’accendino prende corpo. Gliela spezzo in due e la getto nel cestino al fianco.

«Scusa… io…», dice quando è tardi e rammenta il mio odio per il fumo.

Poi ricomincio. Perché oggi ho compreso delle cose su di lei che finora non avevo ancora compreso. Dunque meglio che vada avanti, meglio per tutti, per me e per lei. Meglio che vengano dette parole di verità e che poi non si possa più tornare indietro. Solo avanti, solo avanti…

«Sai cosa ti serve? A te serve l’uomo forte. Cioè uno che decida per te. Perché tu non sei in grado di decidere un bel niente. Tu credi solo di decidere di volta in volta. Ma non ti sei chiesta perché sei sempre insoddisfatta e stai sempre a cambiare posizione con la paura costante di aver preso la decisione sbagliata e che dall’altra parte delle possibilità ti stia perdendo qualcosa di molto migliore di quello che invece avresti deciso di abbracciare? Perché tu, per tua natura, non sei capace di decidere un bel niente. Per questo sono profondamente convinto che tu sia l’unico impiastro di essere umano che debba avere costantemente un tutore che decida per lei. In tutti gli altri casi si parlerebbe di fascismo, schiavismo e soppressione di inalienabili libertà personali. Ma non nel tuo caso! Certo, magari tu preferiresti esser convinta di continuare a esser tu quella che decide tutto, magari preferiresti che le cose fossero mascherate. Sicuramente preferiresti che rimanga celato che in realtà decida il tuo uomo. Ecco, se ti ritrovassi a eseguire tutti gli ordini di qualcuno, ma nel frattempo fossi convinta di essere tu a decidere, questo sarebbe il solo caso in cui potresti ritrovarti più vicina a qualcosa che si possa chiamare felicità. Certo magari potresti anche odiare quel qualcuno, però segretamente lo ameresti per tutto quello che fa per te, lo ameresti, come il masochista ama il sadico che lo tormenta. Dunque io adesso dovrei dirti di venire da me per scopare. E tu dovresti seguirmi. E se sarò troppo poco sentimentale tu saprai il motivo, che sono ancora arrabbiato con te. E allora una parte di te mi odierà perché non ti amo come sei (omettendo di pensare che tu sei la prima a non amarsi per quel che è, e anzi è sicuro che io comunque ti ami più di quanto tu non faccia con te stessa). E allora potresti desiderare di andartene. Ma quando vorresti cambiare aria come al solito per non affrontare un bel niente, rimandando solamente i problemi, allora ti impedirei di andartene, anche con la forza. Ti direi: no, tu da qui non te ne vai finché non proverai per me sentimenti netti, o di amore, o di odio, o anche di indifferenza, purché siano netti. Solo che tu quei sentimenti non li proverai mai. E allora non potrai che diventare la mia cagna da compagnia che si prende tutto quello che il padrone (né buono né cattivo) le regala. E un giorno capirai che sarebbe questo il destino che ti spetta, il massimo a cui puoi aspirare, e quel giorno finalmente sarai felice di avere qualcuno come me che ti tenga con sé, non avendoti né picchiato né sbattuto fuori al freddo né rovinato per sempre nei sentimenti o nel corpo…»

Mi alzo incamminandomi lento verso casa. E lei, dietro, mi segue, senza dir niente.

 

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