Suburra la sdraiata

24 Aprile 2017 Nessun commento
Un giorno captai, nei pressi dei cespugli della stradina sterrata che percorrevo sempre, qualcosa di insolito. Presenze umane. Degli occhi scuri selvatici mi scrutavano avidamente. Degli occhi che non potevano fare a meno di guardarmi.
Erano quelli di un ragazzo e una ragazza, entrambi bronzei di pelle. Lei giaceva sdraiata. Lui le era accanto quasi come la possedesse, cioè lei fosse di sua proprietà. Cercai di non fissarli e procedetti come non li avessi visti. Tuttavia la loro presenza inquietante, in quel punto ascoso della strada, mi cagionò fastidio: mi aveva costretto a non rilassarmi, a rimanere all’erta; perché avrebbe potuto trattarsi di criminali appostati lì per un’imboscata.
Il giorno dopo passai per quella stradina un po’ prima del solito e lo scenario cambiò, o meglio ebbi notizia di cosa presumibilmente accadeva ogni giorno poco prima del mio solito passaggio. Un folto gruppo di ragazzacci mori (li chiamo ragazzacci perché avevano facce da galera, ridevano sguaiatamente con le loro bocche sdentate e squadravano con disprezzo tutti coloro che non appartenevano alla loro genia malata), che potevano essere sei o sette, stava consumando gli ultimi bocconi di quello che sembrava esser stato comunque un lauto pranzo compiuto assai voracemente. A terra comparivano molte bottiglie d’acqua e di vino esaurite. C’era anche lei, la sdraiata, in quel mentre seduta a terra, più desta e guardinga del solito, che si guardava attorno con un’aria di disagio. Lei non condivideva i loro motti screanzati e le loro risa violente. Lei se ne stava da una parte per conto suo, ma non li perdeva mai d’occhio.
Era strano vederla, unica donna, attorniata da tutti quei pessimi soggetti. Mi chiesi quale fosse la sua funzione lì e perché non se ne andasse, visto che sembrava così in incomodo.
Il terzo giorno, per evitare di incrociare tutti quegli avanzi di galera, passai per quella stradina non troppo presto, cioè al mio solito orario, e la sdraiata la incontrai da sola, sempre allungata nell’erba, che non dormiva. Si era adagiata poco più in là, su di un muretto. Infatti sembrava che là l’ombra potesse regalarle maggior ristoro. Quando le passai vicino, tremò.
La sdraiata non poteva fare a meno di fissarmi incuriosita. Si chiedeva perché passassi tutti i giorni per quella stradina dimessa; mentre io mi chiedevo più o meno lo stesso di lei, di lei in cui però percepivo delle insoddisfazioni profonde.
Col tempo compresi alcuni aspetti di quella vicenda. La sdraiata badava a tutti quei derelitti zingari che pulivano i vetri ai semafori nel circondario. Una volta la vidi portare personalmente dell’acqua a uno di loro dopo che questi le aveva rivolto un brusco cenno. Ed era sempre lei che confortava chi di loro si riposava tra un turno e l’altro e magari gli si andava a coricare a fianco.
Però c’era qualcosa che non tornava. Tutti quei maschi, e lei sola con loro, che sembrava una loro proprietà ed era trattata a ben vedere come un animale alla catena, non come una donna. Lei che era pure indubitabilmente incinta.
Solo molto dopo si seppe tutta la storia della sdraiata. Per prima cosa era stata rapita a un altro clan da quegli uomini scuri i quali la obbligavano a essere la loro schiava. Lei li doveva soddisfare: in tutti i modi. E se durante il giorno si occupava principalmente di cucinare, e idratarli, e lavare i loro panni, la notte non c’era neppure da dire che doveva sottostare ai loro desideri sessuali e soddisfarli tutti, anche se loro erano in otto e lei solo una.
La sdraiata non poteva fuggire, né chiedere aiuto. Pure fissare uno sconosciuto troppo a lungo le era proibito, altrimenti sarebbe stata picchiata a sangue; era già successo. Inoltre anche quando a me sembrava sola, in realtà c’era sempre qualcuno che la controllava più o meno da vicino. E lei aveva imparato a ricordarselo. Per questo, pensai allora, delle volte mi aveva fissato con quella intensità pur non facendomi parola. Forse aveva sperato che fossi io ad avvicinarmi a lei e non il contrario. Forse sperava che così avrei finito per salvarla…
Per quanto riguarda le persone che l’avevano schiavizzata, appartenevano in realtà alla bassa manovalanza di una mafia locale. La loro umile occupazione di lavavetri ai semafori non doveva ingannare. Per primo, era un modo della mafia per “far fare le ossa” a quei mascalzoni. E per far imparar loro a odiare la gente. In seguito, chi di loro se la fosse sentita, sarebbe passato a fare ben altro, come i furti nelle ville. Mentre quelli che non se la sentivano sarebbero rimasti lavavetri finché non scoppiavano.
La sdraiata non la vidi più dopo che fu liberata dalla polizia. Chissà che fine ha fatto, lei e il suo bambino, penso delle volte.
Il mondo è un posto molto peggiore di quanto uno immagini.
Se solo ci si soffermasse a osservarlo per quel che è davvero, la visione che ne ricaveremmo sarebbe in larga misura insostenibile.

Frammenti: Quegli imprescindibili requisiti virili

24 Aprile 2017 Nessun commento
«Spalle troppo piccole.»
Categorie:Cultura, Donne, Ironia Tag:

Popcorn

22 Aprile 2017 Nessun commento
Ci ritroviamo nello stesso gruppo di lavoro. Il capo ha deciso così. E all’inizio ne ero rimasto contrariato. Ma adesso no. Adesso non me ne frega niente. Così, se proprio le devo parlare, lo faccio con leggerezza, come non conservassi alcun rancore verso lei. In verità non so se sia davvero così. Probabilmente, l’essermi rassegnato a comprendere che tra noi non ci potrà mai essere nulla di importante, mi ha aiutato ad accettare la situazione.
Lei invece si ritrova molto peggio di me, poverina. Lei non ha gli strumenti sentimentali e culturali per trasformare quel che ha provato per qualcuno che odia (e che prima amava) in qualcosa di completamente diverso. Così, poverina, non fa che recitare per tutto il tempo, alternando silenzi ostinati in cui vuol far credere che non abbia assolutamente niente da dire, a frasette di circostanza per dare a bere invece esattamente il contrario: vedi che mi parla? allora non deve avercela più con me, no?… Ma ‘sti cazzi di quel che pensano gli altri! A me non interessa minimamente. Solo lei sta sempre lì a farsi questi problemi da bambina mal cresciuta per cui conta moltissimo l’apparenza…
Fattostà che il tempo passa e forse ci stiamo ricadendo. Sì, perché, a forza di stare a contatto, a forza di parlare, io mi manifesto ironico, sornione e affascinante, e lei, lentamente, molla la presa: ci ricasca esattamente come ci era cascata mesi prima. Con un ancestrale lavorio di uomo con charme, sgretolo la sua parete divisoria da me, ogni giorno, ogni ora. Fin quando un giorno non se n’è accorta (e non me ne sono accorto nemmeno io) e siamo ancora lì a parlare e a guardarci negli occhi come un tempo. Solo che adesso già sappiamo cosa non fare, come andrebbe se non avessimo già vissuto il passato. Quel giorno la prendo, la porto in una stanza e la bacio. E lei non vuole opporsi. Ribacio le sue labbra morbide, rinfresco quel suo tipico odore che non m’ha mai abbandonato, riaccarezzo la sua pelle così morbida senza mai alcun pelo (non ho mai capito se c’è nata così o fa in maniera di essere sempre così imberbe), quella sua tenerissima pelle da bambina piccola.
Usciti dalla stanza, assumiamo un’aria banale per non farci sgamare subito dagli altri. Poi la guardo e sbotto a ridere. Anche lei ride. Ci viene la ridarella. E ciò mi colpisce molto perché non mi succedeva da quando ero marmocchio: ero piccolo e mi sentivo molto felice, così contornato dai miei amici. Ridiamo per ore davanti ai colleghi. Ecco, adesso anche a lei non interessa più quel che pensano di noi. Io gliel’ho sempre detto: che ti frega?! Ma lei solo ora lo capisce…
Qualche sera dopo la tengo stretta stretta a me. Siamo passati alla fase che lei fa tutto quel che desidero. Me l’ha anche detto: faccio tutto quello che vuoi, ma non mi lasciare, ti supplico!
Bello. Sarei io quello che lascia, eh? Ma se è lei che lo fa sempre. Lo fece pure con me. Perché ha una paura folle di essere lasciata per prima.
Dovrebbe tornare a casa sua, da suo marito, ma mi dice che vuole rimanere. Io le dico: sai quel che fai?; non ne sono sicuro. Ma a lei sembra non interessi niente di niente. Perché dovrei tornare da lui, da lui con cui neppure dormo più assieme, con lui che stiamo in due stanze diverse, con due televisioni diversi a guardare programmi diametralmente opposti?! Io penso che anche con me guarderemmo programmi diametralmente opposti, solo che non ci viene proprio in mente di guardare la televisione quando siamo assieme. Una volta ci ha provato e le ho mangiato la mano.
La spoglio e trovo la sua patatina rasata. Sono le sorprese che mi fa. Delle volte me la fa trovare glabra, per sorprendermi, per farmi vedere che lei è una bambina, in fondo. Lo so, una bambina che spesso però è stata cattiva e viziata. Invece le sue ascelle sono sempre state assolutamente lisce, senza peli, come se non le fossero mai cresciuti lì i peli. Sono quelli i punti del suo corpo che prediligo, i punti che tiene segreti e nascosti. Mi getto su quei punti e non riemergo fin quando lei non è assolutamente appagata e sfinita.
La faccio sedere sulle mie ginocchia, mentre con un braccio la fascio. No, no, no, non la lascerò andare. Sai cosa implica che tu non torni da lui?, le dico. Sì, sono disposta a rinunciare a tutto e a ripartire da zero!, mi dice con convinzione estrema; lascio tutto per te!; perché mi interessa solo di te; tutto il resto è superfluo; posso sempre acquistare nuovi vestiti, ma a te non posso sostituirti…
Sì ma così lo indisporrai, le dico ragionando, perché almeno uno di noi due deve ragionare. Ma anche lui non mi ama più e in fondo lo sa perfettamente!, si ribella mentre le stropiccio un capezzolo.
Sì, però così non farai altro che stuzzicare il suo orgoglio; cioè, se lui da un giorno all’altro si ritrova con una moglie dispersa che non vuol più tornare a casa perché s’è fatta l’amante, penserà che ancora ti ama, o perlomeno ti rivorrà possedere, o meglio vorrà rovinarti anche quello, perché lui ancora non ha trovato nessuna per rimpiazzarti…
Ne sei sicuro? io non ne sarei troppo sicura, dice.
Beh, in ogni caso deve arrivarci da solo; devi tornare a casa per un altro po’; poi un giorno gli dirai una frase del tipo: ma noi due perché viviamo assieme se non proviamo più niente l’uno per l’altra?; e lui si sorprenderà per la tua grande maturità e ti dirà che hai ragione, e allora se ne va lui (che tanto ha già una che si scopa ogni tanto, e ce l’ha!, ne sono certo); e poi saremo liberi, sarai libera: sarai libera di fare quel che vuoi, senza render conto a nessuno o mentire, le dico.
Io non mento mai, mi dice con occhi falsamente innocenti.
See, tu sei la donna più falsa che conosco!, ribatto.
Adesso piange, piange davvero perché sa che in passato mi ha fatto di tutto e anche di più. Sa che non dovrei perdonarla. Che lei non mi perdonerebbe mai se fosse al mio posto. Difatti il vero problema, anzi diciamo ostacolo, tra noi non è tanto suo marito o la fine del rapporto con lui, che tanto è già finito. È il nostro futuro assieme. Il vero nodo è: sarò capace io di dimenticare quanto e come lei ha saputo essere stronza nei miei riguardi? Anche per lei è quello il motivo di maggior angoscia.
Mi guarda implorante e mi chiede perdono. Perdono! perdono! perdono!, mi dice stringendomi più che può. Ti prego, non mi lasciare! non mi lasciare! Sa che teoricamente sarei capace un giorno di lasciarla e romperglierlo per sempre quel suo bel cuoricino di zucchero e pasta frolla che fino a oggi non ha fatto che procurarle casini rendendola una delle persone più infelici del mondo. Sarò capace di crederle, dopo che lei ha insudiciato il nostro amore così tante volte, tanto che avevamo ormai smesso di amarci?, questo si chiede.
Ma io invece sto riflettendo su un’altra contingenza, e gliela dico. No, vedi, personalmente c’è un’altra cosa che mi angustia, che proprio fatico a dissipare; non so, forse è la stessa cosa che temi tu, ma vista da un’altra angolazione. E cosa sarebbe?, mi chiede lei. È che, vedi, io e te, se non fosse stato per questo stupido lavoro che abbiamo in comune, non ci saremmo più visti: avremmo tagliato i ponti per sempre; invece, dato che abbiamo avuto questa cosa in comune, abbiamo avuto un’altra chance, una chance che altrimenti non avremmo mai avuto, in altre condizioni, capisci?
E allora? non ne sei contento? io ringrazio dio di avermi fatto lavorare con te!, mi fa. Sì, anche io; ma non posso accettare che altrimenti tu mi avresti voltato le spalle per sempre e io non avrei mai avuto un’altra opportunità di riconquistarti!
Perdonami! perdonami!, si sente in colpa; ma forse non è così come dici, aggiunge; perché, secondo me, io un giorno ti avrei ricercato, il giorno che mi sarei resa conto di quanto ero stata stupida e folle con te.
Tu dici?, chiedo. Sicuramente!, risponde. Però probabilmente io quel giorno, quel giorno che tu mi avesti ricontattato, io quel giorno ti avrei messo giù il telefono e non ci sarebbe stato più nulla da fare per noi…
Il giorno dopo il capo volle farci una delle sue altezzose lezioncine sulla gestione delle risorse. Allora ci chiese per cosa avevamo speso i soldi concretamente per quel progetto. E quando accennammo alla voce “popcorn”, ne prese di avanzati, li gettò sul pavimento e ci disse adesso di raccoglierli. Così io e lei ci ritrovammo chinati a sovrapporre le nostre mani calde e ci baciammo sotto le scrivanie di nascosto dagli altri. Solo alla fine il capo ci disse che i popcorn si facevano a casa e non costavano quasi nulla. Quasi nulla.

Manhattan Nocturne (film)

22 Aprile 2017 Nessun commento
Un giornalista conosce una conturbante bionda da poco divenuta vedova la quale gli propone di indagare tra gli archivi del marito regista morto nei quali si potrebbe nascondere qualcosa di scottante riguardante un ricco e anziano magnate. Il giornalista, anche allettato dalle profferte amorose della vedova, ha la cattiva idea di accettare. Così si ritrova a tradire l’amata moglie quasi contro la sua volontà, e con piazzati alle costole gli scagnozzi del magnate, che sa che lui potrebbe presto entrare in possesso di quel certo filmato che non vorrebbe mai fosse reso pubblico.
Il giornalista a questo punto vorrebbe tirarsi fuori dalla vicenda ma non può più farlo. Dunque non gli rimane che andare avanti poggiandosi solo sulle proprie forze e il proprio intuito non potendo contare neppure su quello che gli dice la bollente vedova, che scopre che gli ha mentito omettendogli informazioni fondamentali per acclarare tutta la vicenda.
Il film contiene tre storie misteriose da svelare. Una riguarda il filmato incriminato. Una come è avvenuta realmente la morte del regista. L’ultima un episodio del passato della vedova.
Questo film mi ha lasciato una forte sensazione di deja-vu, come fosse il rifacimento di un film che avevo visto molti anni prima, magari da bambino. Tuttavia non ho trovato notizie in merito che accreditassero tale tesi. Allora forse devo pensare che in passato devo solo aver visto un film molto simile. Eppure certe scene era come se le conoscessi già…
Avrei giurato che la trama fosse stata tratta da un libro ma sembra che non sia così.

Frammenti: Baldracche

22 Aprile 2017 Nessun commento
«C’era uno che lo riconoscevo dalla puzza dei piedi. Da vestito.»

Sogno #72: La lotta

20 Aprile 2017 Nessun commento

Eravamo ragazzi. Io e il mio amico Poseidon camminavamo piano lungo uno dei sentieri della Stocastica Cittadella Scolastica. E io mi sentivo come un condannato a morte che si recava al patibolo. Io, tanto piccolo e gracile, lui, grosso come un bue, dovevamo sembrare una strana coppia male assortita a tutti coloro che potevano osservarci. Ero fortunato a conoscere un tipo forte come lui, e di così buon cuore, che mi proteggeva sempre.

Parlavamo di sport. Infatti in quel periodo si tenevano le Olimpiadi Scolastiche, per cui quello era l’argomento di cui discorrevano tutti. Avevamo appena assistito a una partita di Cricket Periferico soffermandoci in particolare su un giocatore che non ne aveva imbroccata una, ma noi sapevamo che era bravo in quella disciplina. Ricordammo il caso di quel calciatore che nella partita di Finale Studentesca aveva clamorosamente inatteso ogni palla. Ma che poi, una volta uscito di qui, era diventato un calciatore affermato di straordinaria qualità e costanza, tanto da arrivare fino alla nazionale.

Ma più ci avvicinavamo alla fine di quella via sempre dritta e più il mio amico Poseidon stringeva il succo del suo discorso. Infatti, se mi parlava dolcemente facendomi paragoni che spaziassero il più possibile in ogni sport, era solo per cercare di convincermi a non iscrivermi alla gara di lotta, dove, un tipo gracilino come me, non aveva alcuna possibilità di vincere. Anzi non aveva proprio nessuna possibilità di non finire presto o tardi stritolato nelle ferree mani-ganasce di qualche grosso calibro, più o meno come lui. Ma io, pur sapendo quanto fossero assennate le sue parole premurose, ed essendo consapevole che era esattamente come dicesse lui e che sarei andato incontro a sicura debacle e spappolamento di tutte le ossa, avevo già preso la mia decisione ed ero pronto al martirio. Difatti avrei fatto di tutto per dimostrare che era coraggioso, che non ero la pappamolla che già si bisbigliava in giro. Così, se pure avessi dovuto morire sul ring per dimostralo, lo avrei fatto. E un giorno tutti avrebbero parlato di me con rispetto ricordando “quel ragazzino magro che impavidamente aveva affrontato il suo fato”. E magari, come mio sommo ricordo, sarebbe pure stata realizzata una targa da apporsi in qualche aula della scuola.

Poseidon non riuscì suo malgrado a convincermi, e anche io mi iscrissi alla gara di lotta, proprio come lui. Di lì a pochi minuti lo vidi vincere in scioltezza il suo match mostrando invero grande sicurezza e padronanza dei suoi notevoli mezzi fisici e tecnici. Il mio amico si era iscritto perché effettivamente nutriva giustamente qualche speranza di vincere, anche se poi le circostanze avrebbero indicato che non ce l’avrebbe fatta poiché sul suo cammino avrebbe incontrato un tipo ancora più forte e sopratutto smaliziato di lui, lui che era davvero un gigante buono contrario all’uso della forza a meno che non fosse stato del tutto necessario.

Il mio incontro si tenne subito dopo il suo ma in un altro ring e il mio amico Poseidon non ebbe neppure la possibilità di vedermi, dato che fu impegnato a rilasciare l’intervista dovuta al giornalino della scuola che si occupava di tutti gli eventi sportivi non lasciandosi sfuggire neppure un singolo evento.

Così fui completamente solo quando con aria assai dimessa salii sul ring in calzoncini fino al ginocchio e stivaletti d’ordinanza della scuola. Sennonché, accadde qualcosa a cui non avevo minimamente pensato. Scoprii che il mio avversario non era la montagna che già mi ero atteso di incontrare, bensì un tipo paffuto più basso di me, con degli occhiali da talpa che comprensibilmente dovette togliersi prima del match per non romperseli, il quale si era anche lui iscritto al torneo per motivazioni molto simili alle mie. Quello sì che era davvero un reietto, un paria. Più volte l’avevo visto spintonato, inzaccherato, pieno di lividi per via dei continui scherzi di cattivo gusto che sempre gli toccava di tollerare. Anche quel ragazzo doveva essersi iscritto per motivazioni di rivalsa.

Appena i nostri occhi si incontrarono sul rettangolo di gioco, ognuno al suo angolo, compresi che non solo potevo fregiarmi di essermi iscritto a quel torneo così rispettato e temuto, ma che adesso avrei anche potuto passare agilmente il turno. Difatti negli occhi di quel tipo non si intravedeva la minima belligeranza e sapevo che lo avrei battuto. Mentre nei miei lui dovette veder passare un crescente lampo di cattiveria, o almeno quello dovette pensare osservando quello sbrilluccichio baluginante che vi passò dentro veloce, famelico per quella vittoria che ora intravedevo a un sol passo da me.

Quando l’arbitro diede inizio all’incontro, rimanemmo entrambi al centro del ring. Ma nessuno dei due si era minimamente preparato a giocarsela. Così non sapevamo che fare. Alla fine decisi di prendere l’iniziativa e mettergli le mani sulle spalle per cercare di afferrarlo e magari farlo cadere al tappeto. Anche lui, che non sapeva che fare esattamente come me, fece lo stesso.  E il nostro fu per un po’ un curioso balletto in cui nessuno dei due si decideva a portare la spallata decisiva per cagionare realmente danno all’altro. Ma proprio mentre mi dicevo che se volevo vincere davvero l’incontro dovevo cominciare a fargli male, quello finse che gli avessi fatto chissà quale mossa e capitolò subito a terra. Così non mi restò che pormi col sedere sopra di lui facendo finta di stringergli il collo per ottenere una vittoria piena insindacabile.

Quando l’arbitro sancì la mia vittoria, il pubblicò rumoreggiò un poco perché non si era divertito e avrebbe sperato di vederci versare ettolitri di sangue. Mi sollevai dal mio avversario e gli porsi la mano e per un attimo ancora i nostri occhi si guardarono con una strana aria di complicità. Lui mi aveva lasciato vincere, io non avevo affatto infierito, non torcendogli nemmeno un capello, e per lui, quello, abituato alla violenza gratuita come era, fu un gesto di estremo riguardo per la sua persona. Questo ci accomunava e ci rendeva in qualche misura amici, anche se nessuno mai avrebbe dovuto saperlo.

Una volta ridisceso dal ring, mi sentii svuotato e leggero. Non potevo crederci. Avevo davvero vinto un incontro al torneo più importante delle Olimpiadi Studentesche. Adesso avrei anche potuto darmi malato per il prossimo incontro, tanto ormai avevo giù dimostrato tutto il mio ardore, così avrei conservato le ossa intatte. Ma ancora ero piuttosto rintronato e non comprendevo bene la mia vittoria. Curiosamente ripensai un’ultima volta al tipo che avevo battuto e considerai che, se si fosse impegnato sul serio, se almeno ci avesse provato, avrebbe potuto anche battermi. Difatti il suo corpo, per quanto tozzo e disarmonico e scoordinato, era più robusto del mio, ed ero certo fosse anche più resistente. Inoltre, tipi del genere, quando davvero decidono di combattere, lo fanno fino alla morte e… non so, magari avrebbe pure potuto cavarmi un occhio nella foga della tenzone.

In parole povere mi resi conto che avevo appena schivato la più colossale pessima figura che avessi potuto fare in vita. Difatti, se per qualche evento fortuito quel tipo mi avesse davvero battuto, sarei divento io il reietto più reietto della scuola prendendo all’istante il suo posto sull’altare dei più vituperati e canzonati, mentre probabilmente lui, con quella vittoria in tasca, sarebbe stato ampiamente rivalutato e innalzato quasi allo status di ragazzino normale. E tutti avrebbero pensato: hai visto la rana (che era il suo soprannome) come si è battuto bene?, non deve essere poi malaccio come ci credevamo. Quella consapevolezza mi rovinò la giornata riportandomi allo stesso stato depresso che avevo patito prima della gara.

Un’ora dopo io e Poseidon, vestiti ancora d’atleti, ci incontrammo per andare dagli psicologi. Difatti era stabilito che ogni atleta dovesse recarsi almeno una volta per un colloquio da uno psicologo il quale avrebbe vagliato attentamente sue eventuali mancanze di carattere e quant’altro. E io temevo molto ora quel colloquio, molto più dell’incontro di lotta appena superato, ed ero certo che per qualche motivo non sarei riuscito a superarlo. Ero certo che una solerte psicologa avrebbe svelato ogni mio malessere latente mettendolo a nudo e che poi sarei stato costretto a recarmi da lei per il resto dei miei giorni in quella cittadella, e forse pure dopo, quando a un certo punto avrei avuto il diploma in tasca al termine degli studi. Immaginavo che sarei stato scrutinato da una psicologa perché sapevo che nell’istituto ce ne erano molte, rispetto ai colleghi maschi. E difatti sarebbe avvenuto quello.

Una volta nell’anticamera degli psicologi, Poseidon bussò alla porta della psicologa che gli era stata assegnata e potei ascoltare subito le loro prime frasi perché ancora non era stata chiusa la porta. E lei gli chiese brutalmente quale problema avesse (anche se non capii come avesse potuto supporre, anzi, dare per scontato, che uno come lui, così grosso e sicuro di sé ne avesse avuti, di problemi) e il mio amico Poseidon ammise subito il suo problema, che derivava dai suoi genitori; cambiò voce, si fece dolente e glielo confessò. Ma a quel punto, quella strega in grado di leggere nelle menti altrui che lo aveva immediatamente smascherato, si approssimò alla porta per chiuderla e vide me fermo impalato che non facevo nulla. La donna aveva una testa grossa e un’espressione molto severa e austera in volto. Appena mi vide mi riportò all’ordine e mi chiese se anche io non dovessi presenziare a un colloquio psicologico. E io annui, vergognandomi della mia inettitudine. Lei allora, prima di chiudere la porta, mi invitò a farmi avanti con i colleghi della porta accanto i quali sicuramente erano liberi. E difatti era così e accanto alla sua porta ce n’era un’altra socchiusa nella quale bussai e mi fu risposto immediatamente da un coro di voci (che mi sembrarono assai sensate, sia maschili che femminili) di entrare, che erano liberi. Allora entrai. Ma dentro, per mia fortuna, quando già mi credevo che sarei stato vivisezionato da un popolo completo di specialisti mentali, c’era solo una donna con un’aria molto mite e monocorde. Una donna con la fronte alta e una testa grande che mi sforzai il più possibile di trovare bella ma non ci riuscii per quanto mi impegnassi.

La donna mi cominciò a fare le solite domande del caso. Parlammo praticamente del più e del meno, di argomenti assolutamente banali e inoffensivi per gran parte del tempo, ma io sapevo che prima o poi avrebbe affondato il dito nella mia ferita. E difatti, come una bestia che fiuta il sangue, lei fiutò senza impaccio la mia più grande paura, il mio più grande segreto, quella cosa che piuttosto che rivelare avrei preferito uccidermi.

In quel momento era voltata da un’altra parte, affaccendata a spulciare uno schedario. Non mi vedeva, mi aveva posto quella interrogazione con nonchalance come se per lei non contasse nulla (e doveva essere così perché quella questione contava solo per me). Allora colsi la palla al balzo per scappare dalla stanza. Ma dato che mi sarebbe stato impossibile passare per la porta da cui ero entrato senza esser visto, me ne uscii dalla finestra, tanto eravamo al piano terra. E una volta fuori cominciai a correre più veloce che potessi cercando di raggiunger l’unico luogo nei paraggi che avrebbe potuto nascondermi completamente per un po’, e cioè quel fiumiciattolo che scorreva nella cittadella.

Mi voltai indietro per vedere se quella donna che ora mi sembrava simile a un cavallo vampiro mi avesse cercato. Ma non lo aveva fatto. Non si era sporta dalla finestra. Né avevo udito pronunciare il mio nome per richiamo.

Ma non esser stato richiamato subito alle mie responsabilità fu per me anche più terribile, perché immaginai che poi, quando in seguito mi sarebbe toccato di pagar dazio per le mie gravissime colpe, il castigo subentrante sarebbe stato anche doppio di quello in cui avrei potuto intercorrere subito. Mi tuffai nel fiume non volendo pensare a niente e nuotai per un po’.

Mezz’ora dopo incontrai Poseidon con altre persone sul ponte lì vicino. Aveva con sé i miei abiti da studente i quali mi porse appena mi vide, come se avessimo stabilito che avesse dovuto prendermeli. Ma non era affatto così e doveva esser successo che si fosse saputo della mia fuga e allora lui, sapendo che non sarei mai ripassato dallo spogliatoio, aveva giustamente deciso di farmi il favore di prendermeli lui per darmeli appena mi avesse incontrato. Me li porse tutti ripiegati e inamidati e io lo ringraziai ossequiosamente. Ero molto depresso e sperai che non rivelasse nulla a quelli che lo accompagnavano della mia bravata, la quale certo mi avrebbe procurato dei guai serissimi in seguito. E lui, da vero amico quale era, non accennò minimamente di quel mio fallo agli altri, tra cui c’erano anche un paio di ragazze il cui giudizio temevo molto: temevo molto il loro riso di scherno, il loro guardarmi come fossi stato un alieno. Poseidon fece finta di nulla.

Sì, quella faccenda mi avrebbe procurato guai sicuri e numerose altre visite dagli psicologi, dai quali sarei stato vagliato però ora non come uno studente normale ma come uno che andasse attentamente considerato. Ma per ora non ci volevo pensare. E vivevo quelle poche ore in cui ancora ero indipendente con dolore e patimento, perché ero conscio che da allora non sarei più stato libero di esser felice come una sciocca personale normale.

Frammenti: Pagare un silenzio

20 Aprile 2017 Nessun commento
«Non capisco perché ti abbia regalato l’orologio.»
Categorie:Cultura, Donne, Paranoia, Società, Violenza Tag:

DOT: Non le darò incomodo

18 Aprile 2017 Commenti chiusi
Giovedì.
È venuta insolitamente prima, e con il casco in mano, ma anche la scorsa settimana lo aveva fatto. Da ciò ne deduco che, o tutti i giovedì viene in motorino, oppure ha sempre avuto questa convenzione e io sono così idiota che non me ne sono mai accorto.
Chissà perché mi aspettavo che andasse esattamente come è andata…
Mi ha abbozzato di nuovo un sorriso, che non è niente però in confronto a uno di quelli pieni, da bambina felice, con i quali mi onorava precedentemente. Si è andata a sedere più o meno sempre dalle stesse parti, ma in un posto che, se avesse voluto, poteva essermi molto più fausto di quello scelto, poiché i tavoli sono stati avvicinati per rendere più semplice l’accesso alla presa di corrente multipla adagiata in terra.
Rimasta imbambolata per qualche minuto, era il ritratto della melancolia. A cosa pensava? Non lo so. Ma forse c’ero io al centro dei suoi pensieri. E questo sarebbe tipico delle donne. Quante volte mi è successo di essere scaricato da una, per poi osservare quell’una pentita dolersi di fronte a me, senza tuttavia riuscire a far qualcosa per cambiare le cose? Infinite. Infinite volte, mi è successo.
Io non farò niente. Non l’ho creata io questa situazione. Non ho nulla da farmi perdonare. E lei sa che basterebbe davvero poco per poter ripristinare almeno un rapporto da persone civili. Per chiarire, se c’è da chiarire qualcosa. So bene che, qualora le venisse in mente di porvi realmente rimedio, non esiterebbe a farlo. Io sono solo un uomo, e neppure di quelli violenti che incalzano le donne per approfittarsene. No, io appartengo alla stragrande maggioranza, a quelli che sono del tutto indifesi rispetto alle loro fluttuanti esigenze. Quelli che se la prendono sempre nel culo: perché sono le donne che decidono, alla fine. E io subirò anche questa decisione.
Comincia a smanettare sulla tastiera del computer e si dimentica completamente di qualsiasi problema. Meglio per lei… Visto, come ci vuole poco ad alleggerirsi la coscienza? Per una donna basta un attimo, un battito di ciglia e… puff! Ogni dolore scompare…
Una settimana fa la situazione tra di noi era agli antipodi rispetto ora. Lei mi aveva appena regalato il paradiso e io non potevo credere ai miei occhi. Oggi, invece… Una settimana fa mi sono detto per la prima e unica volta in vita mia una cosa che non mi era mai saltata per la capa di affermare: è lei quella che aspettavo… Sì, proprio così. Ho avuto la chiara percezione che fosse colei destinata a me. E all’improvviso aveva un senso l’aver avuto sempre così tante difficoltà a imbastire relazioni durature con le altre. Era ovvio che non ci riuscissi. Perché erano sbagliate per me. Ecco perché!, mi dicevo gioendo e quasi piangendo di felicità. Perché stavo aspettando lei! Mi ci voleva lei! Perché solo lei sarebbe potuta andare bene per uno come me, mi dicevo come un coglione…
Ma oggi tutto si è alterato ed è sfiorito, e invece quel che mi ripeto è che lei è sposata (anche se non ne sono certo) e quindi farei bene a togliermela al più presto dalla testa, poiché il continuare a pensarla non mi porterebbe nulla di buono, solo inutili sofferenze.
Non c’è molto altro da dire, se non che non mi trattengo a lungo. Non ne ho alcuna voglia: tutto quello che potrei fare in questo luogo mi appare insipido e opaco, di nessuna praticità. Segnalo solo che, quando mi alzo per riporre come al solito la rivista che utilizzo come tappetino per il mouse, e la devo per forza avvicinare, lei fa uno scatto quasi di spavento e sono certo che mi osservi, mentre però io fisso solo il mobiletto alle sue spalle dovo si trovano le altre riviste. Non le darò alcun fastidio con sguardi di disprezzo o altro. Mi sento un po’ come Antony Perkins nelle scene finali di Psycho quando, sapendosi osservato da medici e poliziotti, pensa nella sua mente che farà il bravo, per farlo veder loro.
Me la scorderò e basta. Lo so fare, e non è ancora troppo tardi per farlo. Così, anche per lei, sarà più semplice. Vero, Hushy? Anche tu sarai più contenta, non è vero?
Quando me ne vado non le dico “ciao” come la volta scorsa; tanto lei neppure mi aveva risposto. Le tolgo un impiccio. Contenta così, Hushy?

Frammenti: Water

18 Aprile 2017 Commenti chiusi
«Il water rotto è rotto!»
Categorie:Cultura, Donne, Ironia, Società, Umorismo Tag:

Deliri dal web

18 Aprile 2017 Commenti chiusi
“Finalmente lo ammettete che siete tutte puttane!”
:-D